Tuaregh: gli uomini blu del deserto.

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Nel corso delle missioni dei fratelli Castiglioni,  è  stato sovente possibile entrare in contatto con i Tuaregh. Popolazione Berbera per lingua e caratteri fisici, i Tuaregh sono nomadi cammellieri che disprezzano l’agricoltura. Occupano vasti territori dell’Algeria, Libia, Tunisia, Niger, Burkina Faso, Mali.  I Tuaregh dell’ Algeria hanno generalmente pelle chiara che li differenzia da quelli stanziati più a sud che presentano una pigmentazione più scura. Sono divisi in cinque caste separate e chiaramente differenziate che, partendo dagli “Imochar” in posizione dominante , comprendono gli “Imrad”,  vassalli che vivono di pastorizia, gli “Haratin”,  servi che coltivano la terra, gli “Iklan”,  schiavi neri e, infine,  gli “Inaden”,  artigiani soprattutto fabbri, disprezzati ma allo stesso tempo temuti perché ritenuti possessori di poteri magici.

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Il “tagelmust”
Gli uomini tuaregh coprono il viso con il  “litham”, in arabo, o “tagelmust” in lingua tuaregh (chiamato anche “cheche”), una lunga striscia di tela che ha uno scopo pratico: impedisce che la sabbia in sospensione possa penetrare nelle vie respiratorie e, al tempo stesso, riduce l’eccessiva  secchezza delle mucose causato dal vento,  dall’elevata temperatura e dall’aria secca. E’ credenza tra i Tuaregh che serva anche a impedire che gli spiriti delle sabbie, non sempre benigni, i “ginn” che i cammellieri possono incontrare durante gli spostamenti nel deserto, penetrino nel corpo attraverso le vie respiratorie e lo facciano ammalare.

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Gli “uomini blu”
Generalmente lo “cheche” è di colore bianco o blu indaco, Questo colore è ricavato dalla fermentazione dei fiori di “indigofera tintoria”, che, fissandosi sulla pelle del volto per effetto della sudorazione, ha originato la leggenda dei temuti ”uomini blu” del deserto che, un tempo, controllavano le piste carovaniere ed esigevano il pagamento di tributi  dalle carovane che attraversavano i loro territori e dalle popolazioni sottomesse.

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Modifiche culturali
Oggi le nuove situazioni politiche, economiche e sociali degli Stati in cui vivono, hanno provocato un notevole cambiamento nel  modo di vivere dei Tuaregh, rimasto immutato per millenni. Gradatamente hanno abbandonano il traffico carovaniero per diventare guide turistiche,  soprattutto in Algeria, dove i viaggiatori hanno scoperto il fascino del  deserto. Hanno sostituito il dromedario con i camion, e si sono adattati a svolgere quei lavori manuali che nel passato disdegnavano. Forse, tra non molti decenni, le carovane composte da lunghe file di dromedari che percorrevano il deserto, non saranno che un ricordo.

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Il dromedario
Ancor oggi i Tuaregh si ritengono gli unici proprietari delle zone desertiche in cui vivono. A loro spetta il merito di aver saputo ampiamente utilizzare i dromedari indispensabili nei lunghi viaggi nel deserto per la loro resistenza, anche alla sete.

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Il cammelliere
I cammellieri rispettano i loro animali anche se, talvolta, li trattano rudemente. Una volta ci capitò d’incontrare un tuaregh lontano dalla pista, diretto verso alcune colline dove pensava di trovare pascolo per il dromedario. Era una settimana che l’animale non mangiava. Era molto debole e trasportava con fatica il carico. Poteva morire. E se nel deserto muore il dromedario, muore anche l’uomo.

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I mercati
Le differenti varietà di percorso, sabbioso o roccioso, permettono a una carovana di coprire dai trenta ai cinquanta km al giorno. I Tuaregh raggiungono talvolta mercati lontani centinaia di chilometri per scambiare le loro merci,  approvvigionarsi di altri prodotti o acquistare nuovi dromedari. Anche i pozzi, sovente molto distanti tra loro, richiedono lunghe percorrenze, ma l’acqua è indispensabile in un ambiente dove la sudorazione è continua, sia per gli uomini sia per gli animali. Così il pozzo diventa un insostituibile punto d’incontro e scambio di notizie.

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Il rito del thè
In molte occasioni abbiamo avuto modo di sedere all’ombra delle tende Tuaregh a dissetarci con la loro bevanda preferita: il thè offerto con una cerimonia che si protrae talvolta a lungo. La bevanda viene versata agli ospiti in piccoli bicchieri di vetro ed è di tre varianti. La prima è molto forte, perché così il thè disseta, schiarisce la mente, allevia la fatica. La seconda è più dolce, la terza variante è molto zuccherata ed è chiamata “il thè dell’amore”.

 

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La tenda
Da sempre i Tuaregh vivono in tende, costruite con decine di pelli di capretto ammorbidite con grasso, tinte di ocra rossa, sostenute da pali talvolta scolpiti. Abitazioni facili da smontare e, quando è indispensabile, trasportare in altre zone anche lontane, più ricche di pascoli e acqua. Oggi i Tuaregh sono soggetti a pressioni da parte degli Stati in cui vivono che li portano a diventare sedentari e a vivere in  più solide strutture abitative.

 

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La “ghirba”
Tra i Tuaregh la discendenza matrilineare è predominante. Avendo adottato la religione islamica, i Tuareg potrebbero essere poligami ma, per tradizione, sono rimasti monogami. Le donne sono tenute in notevole considerazione. Hanno la responsabilità dei figli, della tenda e delle attività economiche. Amministrano le derrate alimentari e l’acqua, quasi mai abbondante, tenuta in fresco nelle “ghirbe” costruite con la pelle di capretto. A differenza delle donne musulmane hanno il volto scoperto, limitandosi a coprire i capelli con un velo. Possono anche divorziare e, quando la coppia si separa, la tenda rimane di proprietà della donna.

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Madri Tuaregh
Madri amorevoli, le donne Tuaregh si prendono cura dei figli all’ombra delle tende. Abbiamo visto talvolta le madri legare i bambini più piccoli e vivaci al palo della tenda per impedire che, a loro insaputa, si allontanassero nel deserto dove i pericoli, per la presenza di spine e scorpioni, sono sempre possibili.

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Circoncisione Tuaregh
Quando raggiungono i quattro, cinque anni di età i maschi vengono affidati ai padri che procedono alla loro circoncisione. Introdotto in un piccolo foro aperto in un pezzo di cuoio, il prepuzio viene rapidamente tagliato e la ferita è cosparsa con la sterile fuliggine delle petole che arresta la piccola emorragia. E’ un’operazione alla quale, sembra, che le donne non possono assistere.

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“Maquillage”
Gli uomini Tuaregh sono orgogliosi della carnagione bruno dorata e della bellezza delle loro mogli, valorizzata con gioielli d’argento finemente lavorati e con un sapiente “maquillage”. Un trucco non appariscente con cui sottolineano il taglio degli occhi con solfuro di antimonio e ravvivano le guance con il “tefetest”, l’ocra rossa. La cura del volto è particolarmente meticolosa durante le feste quando le donne accompagnano le danze con il suono del “tindè”, il tamburo che viene percosso con un caratteristico bastoncino ricurvo o con le mani.

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Le donne: depositarie della tradizione
Sono sovente le donne le depositarie delle tradizioni e dei miti, ed è grazie a loro che si conservano e si tramandano antiche usanze destinate a perdersi nella notte dei tempi. Sono ancora loro che trasmettono, con i canti e la musica, le leggende del popolo. Talvolta sono le sole a conoscere il tifinagh, la scrittura Tuaregh composta di circa trenta segni, indicanti solo le consonanti. Le abbiamo viste molte volte sedute, circondate dai giovani, pazientemente comporre i segni della scrittura sulla sabbia, mentre  raccontavano gli eventi anche lontani del gruppo.

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Presso il Museo Castiglioni è possibile scoprire straordinari reperti etnologici ed archeologici.

Tutte le immagini fotografiche, i disegni e i testi di questo articolo sono di proprietà esclusiva dei fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni. Qualsiasi riproduzione, anche se parziale, è vietata. Per ricevere autorizzazione all’utilizzo si prega di contattare il Museo Castiglioni.

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