Berenice Panchrysos: la città fantasma del deserto nubiano.

Si tratta della dimenticata città di Berenice Panchrysos, la “Berenice tutta d’oro”, citata da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (VI, 170) il cui ricordo era scomparso tra le nebbie del tempo.
Esistevano soltanto le leggende a dimostrare che la città esisteva in qualche remoto angolo del deserto nubiano. Alla fine dell’Ottocento, circolava un curioso racconto nei tortuosi vicoli del Cairo: c’era, nel cuore del deserto, una città-fantasma che era possibile vedere una sola volta perché un malizioso genio (il ginn degli arabi) che ne era il geloso custode, la faceva sparire agli occhi di chi, avendola trovata, voleva rivederla.

Non era soltanto una leggenda: la città esisteva veramente. Questa è la cronaca (dal diario della missione) del suo ritrovamento effettuato il 12 febbraio 1989 dai fratelli Castiglioni.

La scoperta

12 febbraio 1989 - ore 5,30

Ci svegliamo all’alba e in pochi minuti smontiamo il campo. Da alcuni giorni stiamo percorrendo, con Giancarlo Negro e Luigi Balbo, l’uadi el-Allaki, l’alveo asciutto di un fiume un tempo immissario del Nilo.

Stiamo cercando le vecchie miniere d’oro che l’uadi doveva custodire secondo quanto affermato dai viaggiatori e geografi medievali arabi. Scriveva infatti Ibn Sa’id al-Andalusi (1206-1286): “ la regione montuosa di Allaki è famosa per le miniere d’oro di alta qualità, situate negli uidian” (plurale di uadi). Ulteriori notizie ci provengono da al-Maqrizi : “Tutto il paese…è pieno di miniere e, a misura che il terreno si eleva, l’oro è più puro e abbondante”. Documentiamo, nell’Alto uadi el-Allaki, una decina di antiche miniere d’oro alcune risalenti ad epoca egizia, ma certamente, non ci aspettavamo di ritrovare la dimenticata città di Berenice Pancrisia.

Ore 16,45 -  il sole tramonta rapidamente dietro le montagne e tra non molto i coni d’ombra disegnati dalle cime oscureranno la valle. Improvvisamente, sul lato ovest del uadi notiamo bassi muretti a secco paralleli alle sponde, probabilmente costruiti per sostenere un’antica pista che si snodava lungo il fiume.

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Dopo circa quattro chilometri, raggiungiamo “Deraheib” (in lingua Beja, “costruzioni”), un minuscolo punto su una vecchia mappa inglese del 1932. All’improvviso questo nome si materializza negli incredibili resti di una città morta. Due imponenti castelli fanno da sfondo ad un susseguirsi di costruzioni crollate, sparse lungo il lato orientale della valle.

E’ la città-fantasma della leggenda araba?

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Osserviamo la stupefacente realtà che la luce del tramonto rende ancora più magica, simile alle vaporose immagini di un miraggio. Il chiarore ovattato e i soffusi barlumi del crepuscolo trasformano lo uadi e lo immergono in un mondo fatato. Le antiche costruzioni acquistano profondità e rilievi inattesi, passando per infinite sfumature.

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Transitiamo tra strade che separano le abitazioni, calpestando inavvertitamente frammenti di vetro e cocci di vasellame e ci sembra di profanare un luogo sacro. Poi le fredde tonalità serali prendono il sopravvento, scivolando lungo il fianco dei monti. Il vento è caduto, il silenzio pesa su di noi che avanziamo increduli tra muri crollati e archi ancora intatti.

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13 febbraio 1989 – ore 5,00.

Siamo in piedi prima del sorgere del sole. La luce ci riporta alla realtà: abbiamo poco tempo per la documentazione fotografica e i rilievi della città: le scorte d’acqua stanno per finire.
Le rovine sono costituite da due roccaforti, da un nucleo abitativo pianificato e da costruzioni sparse lungo un’ansa del uadi el-Allaki per circa due chilometri. Il centro è attraversato da un asse viario intersecato ortogonalmente da strade secondarie che delineano una piazza e diversi quartieri.

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Una costruzione rettangolare con piccole finestre ancora in ottimo stato di conservazione, sembra riferirsi ad una moschea risalente al periodo medievale arabo.

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Una delle roccaforti è un esempio di praesidium romano : corte al centro, stanze lungo il perimetro interno, camminamento di ronda e torri, ora crollate, di cui si notano i massicci basamenti.

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La seconda roccaforte, più articolata eretta forse su tre piani, presenta rifacimenti risalenti al tempo della conquista islamica della Nubia.

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Passando attraverso un ampio portale, ai piedi di una torre semicilindrica parzialmente crollata, varchiamo l’ingresso. L’accesso, molto basso e protetto dall’alto da una “caditoia”, obbliga a chinarci. All’interno alcuni archi a tutto sesto, realizzati con conci di scisto “a coltello”, immettono in piccole stanze ancora ben conservate.

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L’analisi al carbonio 14 di un frammento di legno che preleviamo dall’architrave dell’ingresso, ci fornirà la data di costruzione della torre, il 740 d.C. : probabilmente venne aggiunta alla fortezza in epoca successiva.

Le ricerche

Le indagini storiche e gli scavi archeologici effettuati negli anni successivi hanno permesso di stabilire che le rovine del uadi el-Allaki appartengono a Berenice Pancrisia.
L’identificazione venne condivisa da un’apposita commissione che nel 1990 si riunì a Milano, sotto la presidenza di Jean Vercoutter, Accademico di Francia, della quale facevano parte: Sergio Donadoni, Accademico dei Lincei, Annamaria Roveri Donadoni, allora direttrice del Museo Egizio di Torino, Charles Bonnet, Accademico ginevrino, Isabella Caneva ed altri esperti della regione nubiana.
Anche le indagini storiche avvalorarono l’ipotesi. Il primo che cercò di dare una collocazione geografica a Berenice Pancrisia, fu il geografo francese Jean-Baptiste d’Anville che nel suo volume Géographie Ancienne Abrégée (Parigi 1768) localizzava la città nei pressi di una “montagna con miniere dalle quali i Tolomei estraevano molto oro. Montagna che i geografi arabi chiamano Alaki o Ollaki”. Erroneamente d’Anville segnò sulla sua mappa il jebel (montagna) Allaki e Berenice Pancrisia in prossimità del Mar Rosso. In realtà le montagne ricche di quarzo aurifero del uadi el-Allaki si trovano a circa 250 chilometri dalla costa.

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Una mappa medievale islamica, custodita a Strasburgo, redatta dal geografo e astronomo arabo al-Khuwarezmi (prima del 833) indica Ma’din ad-Dahab, cioè la “miniera d’oro”, probabilmente Berenice Pancrisia. La città è posizionata sulla carta a 21° 45’ di latitudine nord, con un errore di poco più di venti chilometri in linea d’aria dalle attuali rovine di Berenice.

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Verso la fine del XII secolo le miniere d’oro del uadi el-Allaki furono abbandonate quando la produzione risultò insufficiente a coprire le spese di estrazione. Il ricordo di queste miniere e di Berenice Pancrisia scomparve. Restò soltanto un genio malizioso a perpetrarne il ricordo.

 

Il Museo Castiglioni si trova a Varese nel Parco di villa Toeplitz , in Viale Vico 46. E' aperto da giovedì a domenica, dalle ore 10 alle ore 19. Nel Museo è possibile scoprire, tra numerosi reperti etnologici ed archeologici, anche l’accurata documentazione di questa sensazionale scoperta effettuata nel 1989 dall’equipe dei fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni.

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